La coltivazione della canapa legale a basso thc in Italia

Coltivazione Cannabis Legale

Da quando l’hanno definita legale a tutti gli effetti, la canapa light sta prendendo sempre più piede nel mercato Italiano. Adesso commercializzare la cannabis con un valore di THC, principio psicoattivo che genera il famoso “sballo”, inferiore allo 0,6%, coltivarla o acquistarla è perfettamente consentito dalla legge italiana.

Naturalmente è semplice capire come la sua coltivazione possa essere un mercato giovane e redditizio sul quale tuffarsi ed investire. Bisogna però essere a conoscenza delle tecniche di coltivazione, delle modalità, delle varietà di canapa, del clima a cui bisognerà sottoporre la pianta, anche in base alla località in cui si intende espandere la piantagione. Vediamo nello specifico quali varietà di cannabis sativa si possono coltivare in Italia seguendo le normative europee.

Varietà di Cannabis Sativa

L’Agricultural Plant Species ci accerta che le varietà di canapa conosciute legalmente in Europa e che possono essere coltivate in Italia sono ben 64. Esse sono tutte tipologie di canapa industriale che presentano un tasso di THC inferiore allo 0,2%, ampiamente al di sotto del limite tollerato dalla legge italiana che è dello 0,6%. Nel caso in cui il THC superi questo valore le autorità giudiziarie sono legittimate al sequestro ed alla distruzione della piantagione, senza altre conseguenze per l’agricoltore.

Facendo una prima distinzione tra le specialità di canapa, possiamo trovare la Dioica, che genera piante di sesso maschile e femminile. Ambo i sessi sono importanti ai fini della maturazione, infatti le maschili sono pronte per l’essiccazione subito dopo la fioritura, mentre le femminili vengono utilizzate per la produzione di ulteriori semi.

Oltre la Dioica abbiamo anche la Monoica nella quale tutte le piante hanno ambo le caratteristiche, portando semi e fiori. Ma quale varietà è conveniente utilizzare tra le due? Chiaramente dipende tutto dall’uso che se ne vuole fare, infatti qualora ci si voglia limitare alla raccolta degli steli allora sono ottimali le tipologie Dioiche:

  • Carmagnola
  • Fibranova
  • Tiborszallasi

Nel caso si vogliano produrre e raccogliere anche i semi allora è ottimale utilizzare varietà Monoiche come:

  • Futura;
  • Felina;
  • Uso 31.

Vediamole adesso nello specifico.

La varietà Futura si arruola tra le specialità francesi. Essa sviluppa un’altezza media di due metri e mezzo ed è ottimale per la produzione del tessuto industriale nonché di semi. Essa rientra tra le specie Monoiche nelle quali si evidenzia la presenza di entrambi i sessi riconoscibili dai piccoli grappoli maschili e dai pistilli rossi femminili. La Futura è una specie concepita sostanzialmente per la produzione dei semi, ma non è da escludere anche nella produzione di concimi.

La Finola è una tipologia che proviene dalla Finlandia, caratterizzata da una spiccata capacità di fiorire in 3 mesi. Essendo una pianta nordica necessita di una coltivazione indoor a causa del clima italiano. E’ una tipologia tendenzialmente bassa e quindi facile da gestire.

La Uso 31 viene dall’Europa dell’Est, precisamente dall’Ucraina. Questa pianta è ideale per la produzione dei semi e ha una fioritura abbastanza veloce, anche a causa della diversità climatica.

La tipologia Kompolti è Ungherese ed è una delle più diffuse. E’ una varietà studiata e generata tramite la combinazione di tipologie Ungheresi, Italiane e Cinesi, che hanno permesso lo sviluppo di un’adattabilità in diverse condizioni climatiche. Si tratta di una tipologia di tipo Dioica ad alto contenuto di fibre. Tuttavia i suoi livelli di THC sono superiori a quelli consentiti dalla legge e dunque è vietata.

La varietà Codimono è invece ottenuta modificando geneticamente la Superfibra tedesca. E’ una tipologia caratterizzata da una produzione di fibra elevatissima.

La Fibranova è una razza diodica con buona resa in fibra, tipicamente italiana.

La Fedora 19 è una tipologia francese nata dall’incrocio di varietà russe. Ha una resa di semi e fibra a livello medio.

Un’altra varietà francese è la Felina 34, un incrocio tra le razze Kompolti e Fibrimon 24, con una buona resa in fibre e semi. E’ di sicuro la razza più diffusa in Francia.

La Carmagnola è un must tra le razze italiane grazie alla sua altezza media di 3,5 metri ed uno sviluppo particolari delle fibre, adatte anche alla produzione di mattoni.

Canapa tecnica a scopo industriale e alimentare

Gli usi industriali della canapa sono i più disparati, dal settore alimentare fino all’estrazione della fibra, dalla carta alla bioedilizia. Sta prendendo piede sempre di più anche l’utilizzo della canapa nella bonifica dei terreni inquinati, e nella produzione dei concimi, tramite le biomasse.

Nel settore alimentare spopolano i semi di canapa, acquistabili sia decorticati che integrali. E’ strabiliante osservare la tabella dei valori nutrizionali, infatti oltre a contenere gli aminoacidi essenziali, è un prodotto molto ricco di proteine vitamine e fibre alimentari. I valori energetici si stanziano intorno alle 500 kcal per un quantitativo di 100 grammi quindi si consiglia di non esagerare. Il loro uso va dalle insalate ad ingrediente per i dolci e i farinacei.

Un altro prodotto molto interessante derivato dalla spremitura a freddo dei semi di canapa è l’olio. Attualmente poco diffuso, lo si trova soprattutto nel mercato online, ma ha delle proprietà alimentare singolari, come acidi grassi essenziali, omega 3 e vitamina E, efficace antiossidante. Il sapore si presenta gradevole al palato, tuttavia il suo costo è attualmente elevato.

Infine, sempre in ambito alimentare troviamo la farina di canapa, ottenuta dalla macinazione del residuo della spremitura. A grandi linee abbiamo dei valori nutrizionali simili ai semi ed all’olio, tuttavia presenta una riduzione del venti percento del computo calorico rispetto alle farine tradizionali, dunque un ottimo sostitutivo per chi deve seguire una dieta celiaca.

Nel settore industriale la canapa vide il suo maggiore utilizzo nei primi del ‘900 quando si producevano tessuti per le vele e cordame con la sua fibra. Tuttavia lo svantaggio era quello di un lungo e difficoltoso processo di lavorazione per estrarre la fibra e sgrezzarla. Successivamente fu sostituita dai materiali polimerici a maggior resistenza e a più basso costo.

Grazie alle innovazioni tecnologiche, oggi è possibile migliorare i processi produttivi della fibra, mettendo in luce due grossi vantaggi:

  • la resistenza della canapa è maggiore di quella del cotone, e grazie alla sua fibra cava è possibile produrre dei tessuti che mantengano caldi d’inverno e freschi d’estate, isolando anche il corpo dall’umidità;
  • per produrre lo stessa quantità di tessuto di canapa serve la metà dell’acqua che servirebbe al cotone;
  • la canapa non necessita di pesticidi a differenza del cotone.

Vantaggi non di poco conto.

Troviamo delle applicazioni anche in campo ingegneristico, infatti la fibra di canapa viene utilizzata nella produzione di telai per automobili e aeromobili, sostituendo quella che prima era la vetroresina o la fibra di vetro, dando così un profondo impatto sulla leggerezza e sull’ecosostenibilità.

Un mercato che ha preso già piede da diversi anni è quella dell’uso della fibra di canapa nella bioedilizia, producendo calce e mattoni biologici, in grado di assorbire l’anidride carbonica e favorendo prestazioni in termini di isolamento termico e acustico.

La produzione della carta con la fibra di canapa non è di certo una cosa nuova, basti pensare alla dichiarazione di indipendenza americana redatta in originale su questo tipo di supporto. Inoltre ha numerosi vantaggi dal punto di vista ambientale rispetto alla fibra cellulosica estratta per la produzione attuale della carta. Inoltre non contiene lignina, elemento eliminabile con solventi che inquinano.

Una nuova frontiera per l’uso delle piantagioni di canapa è quella di bonifica dei terreni. Infatti la pianta grazie ad una speciale funzione svolta dalle sue radici riesce ad assorbire una certa quantità di materiali inquinanti e metalli pesanti. Inoltre si stanno sperimentando nuovi trattamenti per produrre dei bio-carburanti come alternativa al mercato del petrolio, destinato ad estinguersi.

Normativa e legge italiana

La legalità della coltivazione della cannabis light è normata dal Decreto Legge numero 242. Secondo queste direttive, sarà possibile coltivare la cannabis light con un tasso di THC, principio psicoattivo che provoca la sensazione di sballo, non superiore allo 0,6%, senza comunicarlo preventivamente alle autorità giudiziarie.

Tuttavia coloro che si cimenteranno nella coltivazione di questa pianta dovranno conservare tutte le documentazioni relative all’acquisto dei semi per almeno 1 anno, in modo tale da poter dimostrare l’assoluta correttezza dei lavori, e del rispetto totale dei limiti di THC imposti dalla legge. In caso di indagini, le autorità sono autorizzate a rilevare un campione dalla piantagione in presenza del proprietario e qualora i livelli di THC si dovessero dimostrare superiori al limite consentito, la piantagione sarà sottoposta a sequestro o a distruzione. Tuttavia l’agricoltore sarà esente da responsabilità civili e penali.

Ricordiamo che la certificazione di cui l’agricoltore deve disporre deve necessariamente provenire da un laboratorio di analisi. Nel caso si intenda aprire una rete di distribuzione, il prodotto deve essere correttamente confezionato e sigillato, e ogni confezione deve essere completa di etichetta esplicativa delle origini del prodotto sia dal punto di vista geografico che tecnico. Se si dimostra un diverso riscontro tra ciò che dice l’etichetta e gli effettivi valori caratteristici del prodotto si può andare incontro a procedimenti penali.

La legge 242 del 2016 inoltre sancisce tutte le tipologie di prodotti che possono derivare dalla coltivazione della canapa, tra cui annoveriamo:

  • produzioni alimentari e cosmetici;
  • produzioni industriali come semilavorati, fibre, oli ecc…;
  • produzioni relative a materiale organico nella bioedilizia e bioingegneria;
  • produzione finalizzata alla bonifica dei terreni inquinati;
  • produzione finalizzata alle attività didattiche di istituti pubblici o privati;
  • produzione finalizzata al collezionismo e al vivaio.

Quindi, a norma di legge, per coltivare la cannabis light bisogna far rientrare il progetto di business all’interno delle suddette categorie.

Gli aspetti economici e i vantaggi

La domanda ci sorge spontanea e cioè quanto si può guadagnare coltivando la cannabis light? A quanto ammontano le spese? Naturalmente per rispondere a questi quesiti bisogna standardizzare il problema, andando dapprima a considerare di quante piante si deve disporre, e di quante metterne in un metro quadro di terreno.

La buona norma ci suggerisce di disporre 2 piante per metro quadro, in tal maniera avremo 20.000 piante in un ettaro. Con questo armamento si può arrivare a produrre mezza tonnellata di prodotto essiccato per ettaro.

Il problema adesso è smerciare. Essendo un mercato nuovo, non è facile trovare degli acquirenti che rilevino grandi quantità. In ogni caso, a seconda della qualità, del valore di THC, della quantità di semi, o al contenuto di CBD (sostanza produttrice dell’effetto antidolorifico), ma anche in base alla bellezza del fiore, può oscillare il costo tra i 60 e i 500 euro al chilogrammo. Essendo un nuovo mercato, può subire notevoli cambiamenti nel breve periodo.

Sempre in merito alla distribuzione del prodotto, stanno nascendo numerosi grow shop. La domanda è come fare per aprirli? Non cambia nulla rispetto alle altre attività commerciali. Bisognerà cercare la sede, possibilmente non troppo grande, e bisognerà renderla a norma per quando riguarda l’igene, la sicurezza, l’uso commerciale e tutte le pratiche burocratiche che ne conseguono, come l’apertura della partita Iva, e iscrizione ai vari INPS E INAIL.

Ricordiamo che attualmente la autorità italiane si stanno ancora abituando ed evolvendo in merito all’argomento cannabis light, dunque consigliamo il rispetto delle norme collaterali a 360 gradi. Considerando le spese per l’affitto del locale, le autorizzazioni e un primo carico di prodotti, l’investimento minimo potrebbe ammontare intorno ai 25 mila euro. Per chi non dispone di un capitale del genere non si perda d’animo. Potete sempre prendere in gestione un franchising, tramite il quale si dimezzano i costi di investimento, nonché godere dell’assistenza di persone esperte nel settore.

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